L’Unione Monetaria Latina: l’antenato dell’Euro.


Tutti abbiamo assistito all’arrivo dell’Euro e ai grandi cambiamenti che ha portato.
Forse però pochi sanno che c’era stato nell’Ottocento un precedente con varie similitudini.

Durante il XIX secolo alcune nazioni europee, per semplificare il commercio e i cambi, istituirono l’Unione Monetaria Latina. Le monete d’oro e d’argento di questi paesi, anche se il nome della moneta rimaneva distinto (Lira, Franco…), avevano lo stesso diametro, peso e percentuale di metallo prezioso e quindi lo stesso valore: al tempo era dato dalla quantità di metallo prezioso in esse contenute.

Avevano quindi la validità di circolare liberamente in tutti gli stati membri. Quindi in sostanza come adesso avviene l’Euro, anche se non c’era un nome unico per quella moneta ma solo denominazioni non ufficiali, ad esempio le monete d’argento col valore facciale di 5 venivano comunemente chiamate Scudi quelle d’oro col valore facciale di 20 venivano comunemente chiamate Marenghi.

All’origine della convenzione vi è il sistema monetario francese instaurato tra il 1795 e 1803 da Napoleone. Questo sistema nel 1865 era in uso in Francia, in Belgio dal 1832, in Svizzera dal 1850 e in Italia dal Regno di Sardegna e Ducato di Parma dal 1815.

Fu proprio nel 1865 che Francia, Belgio, Svizzera, Italia e Grecia (quest’ultima solo dal 1868) su pressione del governo imperiale francese e di Napoleone III, che intendeva limitare l’egemonia della sterlina inglese, aderirono alla Convenzione di Parigi dalla quale nacque l’Unione Monetaria Latina. Lo scopo dell’Unione fu principalmente quello di stabilire delle regole precise per consentire l’accettazione in ognuno dei cinque paesi membri delle monete degli altri paesi aderenti. L’Unione Monetaria Latina, che in origine doveva rimanere in vigore sperimentalmente solo quindici anni, sopravvisse invece fino ai primi anni del XX secolo, costituendo l’evento più importante della storia monetaria di quel periodo.

La testo della convenzione si basava su 15 articoli .

* Gli articoli da 2 a 4 fissavano la natura, il peso, il titolo, la tolleranza ed il diametro delle monete d’oro (5, 10, 20, 50 e 100 unità) e d’argento (20 e 50 centesimi, 1, 2 et 5 unità)
* L’articolo 5 imponeva il ritiro delle monete in circolazione nell’arco dei 4 anni successive per le monete che non rispettavano i parametri della convenzione.
* L’articolo 9 limitava il valore delle emissioni di pezzi in argento.
* L’articolo 12 permetteva l’estesione della convenzione ad altri stati.
* L’articolo 14 fissava la durata della convenzione fino al 1880, salvo rinnovo per 15 anni.

Scudo italiano da Lire 5

Le monete avevano le seguenti caratteristiche:

In argento i valori da 0,20 – 0,50 – 1 -2 – 5

In oro i valori da 10 – 20 – 50 -100

L’Unione si basava su un sistema bimetallico di monete d’oro e d’argento, convertibili tra loro al tasso fisso di un grammo d’oro per 15,5 d’argento. Il progetto fu ostacolato, non solo perché il prezzo dell’oro inizio’ a salire rendendo indifendibile il cambio fisso con le monete d’argento, ma anche e soprattutto a causa del cambio paritetico arbitrariamente fissato uno a uno malgrado le profonde divergenze economiche tra i Paesi membri.

Come detto sopra, l’Unione non portò alla creazione di una nuova unità monetaria tipo l’EURO, ma favorì l’armonizzazione dei quattro sistemi monetari già simili tra loro. Non fu infatti previsto né un nome nuovo o unico per le unità (Franco, Lira, Dracma), né per le loro frazioni: l’unità era infatti divisa in 100 centimes in Francia e Belgio, 100 rappen in Svizzera, 100 centesimi in Italia e 100 lepta in Grecia.

I 10 centesimi di Italia, Francia e Grecia

La convenzione non accenna ai tagli inferiori a 20 centesimi, ovvero le monete in metallo vile, lasciando quindi agli stati membri la libertà di coniazione (metallo, misure ecc..), ma per una semplice regola di simmetria anche le monete da 10 e 5 centesimi furono coniate con la stessa grandezza.

Nel corso degli anni successivi la Convenzione fu adottata da 26 paesi europei e non, anche gli Stati Uniti valutarono una possibile adesione.

In un primo momento il sistema fu esteso alle colonie degli stati membri (Tunisia, Comore, Congo di Léopold II, Eritrea Italiana) quindi recepito dagli stati legati da accordi doganali (Lussemburgo, Monaco, Liechtenstein, San-Marino, Stato Pontificio), successivamente a paesi legati da accordi bilaterali con gli stati membri (Austria-Ungheria, Svezia, Romania, Bulgaria, Finlandia, Serbia, Montenegro e Spagna). Nonostante il notevole successo sul piano delle adesioni internazionali ed intercontinetali (Venezuela e Argentina) occorre dire che in Europa grandi due grandi potenze dell’epoca quali Germania e Inghilterra non si conformarono mai ai principi dell’Unione Monetaria.

La fine della Prima Guerra Mondiale sancì il fallimento dell’Unione Monetaria Latina: esso fu dovuto alla assoluta mancanza di organismi comuni volti a coordinare le politiche economiche dei vari paesi. Non si era tenuto conto, inoltre, del disequilibrio economico tra i paesi aderenti e del criterio di cambio basato su un sistema bimetallico che si prestava, al variare del rapporto tra valore commerciale e valore legale dei due metalli (oro e argento), a facili speculazioni.

Formalmente l’Unione monetaria latina fu sciolta nel 1926.


Per approfondimenti: Unione monetaria latina

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